Congresso nazionale UIL artigianato a Trieste

Dopo un anno e mezzo segnato dalla pandemia, l’artigianato italiano è pronto a
ripartire. Il futuro risulta, tuttavia, condizionato dalle crisi dei mercati internazionali
che si riverberano nella difficoltà che molte aziende incontrano nell’approvvigionarsi
delle materie prime.
Lo spaccato è emerso oggi a Trieste in occasione del consiglio nazionale della UIL
artigianato che ha portato nel capoluogo giuliano 60 delegati UIL di tutta Italia.
“Il settore ha saputo reagire con la forza e il peso della bilateralità artigiana – spiega il
coordinatore nazionale Mauro Sasso -. Ha gestito in proprio la cassa integrazione
erogando indennità a 800 mila lavoratori di 240 mila aziende, molte delle quali non
avevano neppure adempiuto negli anni all’obbligo di contribuzione al fondo di
categoria. Ciò nonostante sono state accolte e protette dal sistema. Inoltre la sanità
integrativa ha pagato tamponi e indennità COVID ai lavoratori e il fondo artigianato ha
svolto corsi di formazione su sanificazione aziendale e sul lavorare in sicurezza”.
L’attuale riduzione delle richieste di cassa integrazione è il segnale di un settore in
fase di ripresa. “Sempre più aziende sono tornate attive. L’Italia è un Paese fatto di
grandi aziende e tanto impiego pubblico ma soprattutto di tante piccole e medie
aziende di commercio, turismo e artigianato. Supportare gli artigiani e i loro dipendenti
è il modo più efficace per aiutare la ripresa dell’intero sistema Paese”.
Resta però il nodo delle difficoltà che molti artigiani incontrano
nell’approvvigionamento delle materie prime. “In questo momento molti chiedono la
cassa integrazione proprio perché non riescono a disporre del materiale necessario
alla produzione – conclude Sasso -. È un grosso problema da affrontare. Occorre
ristabilire il mercato internazionale. Nel frattempo la politica aiuti gli investimenti
aziendali e il rafforzamento aziendale, stabilizzi e rinnovi i contratti di lavoro”.
Il settore, come tutti gli altri, si troverà ora a fronteggiare anche l’incognita Green
pass, con l’ormai prossima entrata in vigore dell’obbligo anche per i dipendenti delle
aziende private. “L’Italia non può permettersi un altro lockdown. Siamo per l’obbligo
vaccinale perché pensiamo che solo così si possa rilanciare l’economia ma è una
prerogativa del Governo. La politica avrebbe dovuto assumersi la responsabilità della
scelta”, spiega Ivana Veronese della segreteria nazionale Uil per cui al contrario il
Green pass crea alcune problematiche e difficoltà alle aziende. “Ci sono aziende,
anche artigiane, che potrebbero trovarsi in difficoltà e avrebbero necessità di
conoscere in anticipo i lavoratori in possesso del certificato verde”, prosegue facendo
l’esempio delle aziende che si occupano delle manutenzioni, anche straordinarie, di
edifici quali gli ospedali. “C’è poi il problema delle farmacie: al di là del personale
aggiuntivo di cui dovranno dotarsi, riusciranno a garantire a tutti il Green pass in
tempo?” Senza dimenticare che per il sindacato “il tampone è uno strumento di
prevenzione per la sicurezza sul lavoro e pertanto i suoi costi dovrebbero essere
sostenuti dalle aziende”.
La data del 15 ottobre è imminente ma la richiesta di incontro ai ministri del Lavoro e
della Salute avanzata 10 giorni fa dalla Uil insieme a Cgil e Cisl per discutere di queste
problematiche “non ha tuttora ricevuto alcuna risposta”.

omar
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